Palermo è un incrocio pericoloso. E' un mix di profumi e di sapori, di spezie dalla lontana e antica provenienza e dell'essenza del sapone in pezzi che emana la biancheria stesa sui balconi. Palermo, quella vera, quella genuina, ha nel Dna il sapore della meusa e l'odore del fritto delle panelle che si mischia con l'acqua e zammù. Le abbanniate e i colori della frutta, l'aroma del caffè appena tostato e la polvere dei vestiti a poco prezzo. E quelle facce, pallide e normanne; scure e arabe. Perché Palermo, quella vera, è la Palermo dei quartieri popolari, della Vucciria. O del mercato di Ballarò. Di quei vicoli festosi e vocianti che costituiscono l'ossatura di "Balharà", l'ultimo romanzo della scrittrice palermitana Patrizia Argento.
"'Vicolo San Michele Arcangelo', che è anche il titolo del mio precedente libro, esiste davvero anche se è un po' cambiato. Non esiste la palazzina della signora Pina, ma quando scrissi quel libro c'era, in effetti, lo spiazzo con le macchine abbandonate e le baracche. Adesso è tutto 'ripulito'. E il Ballarò che descrivo è il Ballarò di oggi. Quello che è diventato un rione multietnico, che ha mantenuto la connotazione del mercato arabo accentuando, col tempo, questo carattere. Accanto alla baracca dell'olivaro trovi oggi quella dell'africano che vende zenzero, le banane 'platano', ci sono i parrucchieri africani...".
La signora Pina.
"Nella signora Pina c'è un po' di me perché, chiaramente, ognuno scrive di ciò che conosce meglio. Più precisamente, però, è il risultato di tutte le donne che io conosco. Ho fatto una somma e ne è venuta fuori una donna da un lato pragmatica, dall'altro sognatrice. E' molto ingenua. Io non sono così generosa come la signora Pina, però sono una credulona, una sognatrice, questo sì".
Nella signora Pina si intravede non solo un personaggio caratteristico di una certa Palermo, ma anche una sorta di spirito protettore di alcuni angoli di una città che si scontra con i retaggi del passato e la frenesia del presente.
"Tiene molto alle tradizioni, a raccontare ai suoi bambini, in quanto insegnante, quello che era una volta Ballarò, perché si deve sapere da dove si viene per capire dove si vuole andare. E, quindi, lei è un po' il filo conduttore per raccontare una città...". Descrivere Palermo è una sua grande passione.
"Amo molto questa città con tutte le sue contraddizioni".
Cosa si potrebbe fare per renderla non solo più vivibile ma anche più accogliente?
"Innanzitutto avrebbe bisogno di un'amministrazione migliore. Poi, tanti piccoli accorgimenti per migliorarla. Io, spesso, prendo l'autobus e mi rendo conto che sono pochi e pienissimi, non c'è un servizio efficiente; la raccolta differenziata non funziona; non ci sono servizi sociali, per cui questi migranti, come si chiamano ora, che hanno i nostri stessi diritti, non hanno assistenza. Basta farsi un giro per le scuole della città, e soprattutto delle borgate, per rendersi conto che il 50 per cento è più delle classi è composto da bambini di colore, quelli che ormai riempiono le nostre scuole...".
Sono gli stessi Yo-yo del racconto...
"Yo-yo è una bambina che, una volta, ho incontrato al supermercato. La figlia di un ragazzo palermitano, probabilmente sposato con una donna di colore. Mi è piaciuto questo nome così particolare, mi è rimasto impresso e, come dice la signora Pina, 'l'hanno chiamata come un giocattolo...'".
"Balharà", ma non soltanto questo libro, dovrebbe entrare nelle scuole e affiancare "Promessi sposi" e "Divina Commedia" nel tentativo di fare innamorare i più giovani delle proprie radici, spesso bistrattate.
"La nostra tradizione, un po' come quella africana, è una tradizione orale. Il 'cuntastorie' è stato sempre il filo conduttore della tradizione palermitana che si sta perdendo, perché dopo Cuticchio ne sono rimasti uno o due. Raccontare la Sicilia e, nel mio caso, Palermo, la sua tradizione fatta di grandi invasioni, da cui noi, che siamo molto furbi, abbiamo tirato fuori il meglio. Quindi, raccontare la città attraverso gli occhi di una donna che, all'improvviso, prende consapevolezza di sé, ti fa capire che, intorno a noi, non c'è nulla di così scontato".
Fotografia di Cesare Scardulla